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La sussistenza

Una prospettiva ecofemminista

È uscito un nuovo opuscolo curato dal Collettivo Terra e Libertà: La sussistenza – una prospettiva ecofemminista. Brani scelti, di Maria Mies
Veronika Bennholdt-Thomsen. 

62 pagine, 3 euro a copia (2 euro per i distributori, dalle 3 copie in su)

Per ordinare copie: terraeliberta@inventati.org

 

Nota introduttiva

Là dove il suolo è stato deturpato, là dove ogni poesia è scomparsa dal paesaggio, lì si è estinta l’immaginazione, la mente si è impoverita e la routine e il servilismo si sono impadroniti dell’anima individuale inducendola al torpore e alla morte.

Élisée Reclus, Il sentimento della natura, 1866

 

La cultura non si basa su particolari forme di tecnologia o di soddisfazione dei bisogni, ma sullo spirito di giustizia.

Chiunque voglia fare qualcosa per il socialismo, deve mettersi all’opera a partire da un’intuizione di gioia e felicità ancora sconosciute. Abbiamo tutto da imparare: il piacere del lavoro, dell’interesse comune, della reciproca tolleranza. Abbiamo dimenticato tutto ciò, tuttavia ne avvertiamo ancora la presenza in noi.

Gustav Landauer, Appello al socialismo, 1911

 

Dopo aver letto, nella versione francese, La sussistenza. Una prospettiva ecofemminista, abbiamo sentito l’esigenza di tradurne le parti a nostro avviso più significative (e in qualche modo riassuntive) per farle circolare anche in lingua italiana. Certo, scegliere qualche decina di pagine da un’opera di oltre quattrocento è sempre discutibile, e tradurre da una traduzione non è certo dar prova di rigore filologico. Al netto di queste tare, pensiamo che queste pagine offrano una preziosa base di discussione. Tanto ricca quanto in controtendenza – e ciò per diversi motivi. Maria Mies – scomparsa nel maggio del 2023, a 92 anni – e Veronika Bennholdt-Thomsen hanno animato, a partire dagli anni Settanta, la «scuola di Bielefield», basata sull’intreccio tra femminismo, sussistenza e critica del progresso, un lungo lavoro di cui questo libro è una sorta di sintesi. «La specificità del nostro approccio teorico è di tenere insieme la questione femminista, la questione ecologica e la questione economica. In questo libro, vogliamo dimostrare che la visione del mondo che preconizza una crescita infinita si basa sulla negazione dei processi naturali legati alla riproduzione della vita. Il primato dell’operatività – o, come anche si chiama, del produttivismo – porta con sé la distruzione. La svalorizzazione del femminile fa parte del suo bagaglio etico-morale. Vogliamo indicare i mezzi per liberarcene».

Mescolando una ricca esperienza sul campo nelle comunità locali del Sud del mondo (Asia, Africa, America Latina) con le lezioni di Ivan Illich e dello storico inglese Edward P. Thompson, le due ecofemministe tedesche contrappongono ciò che chiamano «economia morale di sussistenza» al capitalismo, al patriarcato, al colonialismo e allo Stato. Nella loro disamina storica, colonialismo, capitalismo e patriarcato sono fenomeni consustanziali, che hanno trovato nella scienza moderna sia i mezzi della potenza sia l’ordine simbolico-culturale con cui giustificarli. «Finché la terra fu considerata viva e sensibile, ogni atto distruttivo contro di essa poté essere condannato come violazione di un comportamento etico». Con la visione meccanicistica che trionfa nel corso del Seicento, «le nuove immagini di padronanza e di dominio funzionano come sanzioni culturali a favore della spoliazione della natura» (Carolyn Merchant, La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica). Ma quel processo storico chiamato «accumulazione originaria del capitale» – recinzione delle terre, distruzione dei beni comuni, violenza coloniale, esproprio del sapere medico popolare, caccia alle streghe e subordinazione delle donne – non è la nostra preistoria, bensì il nostro presente. La ferocia dell’accumulazione è più manifesta al Sud e più occultata al Nord. Centrale in questo occultamento è l’ideologia del progresso. Dentro quella storia sotterranea delle idee e dei movimenti di emancipazione che non si sono fatti stregare dalle sirene del progresso – su tutti il movimento luddista –, Maria Mies e Veronika Bennholdt non si limitano a mostrare i rovesci dello sviluppo o a criticare la concezione lineare, evolutiva e cumulativa del tempo storico. Ne mettono in discussione l’architrave: l’idea, cioè, che il «regno della libertà» sia possibile soltanto oltre il tessuto della necessità – che questo oltre venga garantito dallo sviluppo delle forze produttive, favorito dalla tecnologia o promesso dal transumanesimo. Procurarsi il cibo, stare al caldo, crescere i figli, curarsi, rigenerare i beni naturali da cui dipendiamo, sono necessità che non si possono abolire: o le affrontiamo in modo reciproco, ecologico e non gerarchico, oppure continueremo ad addossare il loro carico su altri esseri umani (innanzitutto donne e popoli del Sud), il cui sfruttamento è tutt’uno con la distruzione della natura. Contro ogni pretesa di neutralità e di immaterialità delle tecno-scienze, Mies-Bennholdt ci ricordano che ogni macchinario tecnologico – e quello digitale ancora di più, possiamo aggiungere – incorpora sempre lavoro vivo e risorse naturali, per quanto questo processo possa essere allontanato dalla nostra vista. Per le due ecofemministe tedesche, le tecno-scienze – in particolare i brevetti sulle sementi e sui geni, cioè l’artificializzazione del cibo e della riproduzione del vivente, umani compresi – sono parte dell’apparato patriarcale di dominio. Il sogno di onnipotenza, inaugurato da Bacone, sulla madre-materia – la natura-femmina a cui estorcere i segreti con la tortura – raggiunge oggi il suo apice, allorché la secolare guerra contro la sussistenza punta a privatizzare e monopolizzare gli ultimi commons: le facoltà stesse della specie. Per imparare dalle comunità locali che ancora praticano la sussistenza e dalla resistenza delle donne, è necessario – ecco un’altra posizione decisamente in controtendenza – non farsi ingannare dalle trappole del femminismo postmodernista, di cui nel libro si ricostruiscono la genesi storica e la funzione politica, per quanto – ai nostri occhi – in maniera non sempre puntuale e chiara[1].

Se di questa prospettiva ecofemminista condividiamo appieno il dove andare, certo non mancano i disaccordi su come arrivarci. Ne La sussistenza, infatti, si traccia un parallelo tra violenza rivoluzionaria, logica di guerra e ruolo delle avanguardie politiche, fenomeni accomunati da una sorta di ossessione del maschile a cui le due autrici contrappongono l’erosione del sistema capitalista e colonialista attraverso la moltiplicazione degli esperimenti comunitari. A parte che in questo modo la concezione lineare-evolutiva del tempo storico, scacciata dalla porta attraverso la critica del progresso, rientra dalla finestra nel modo di intendere la temporalità della resistenza, resta il fatto che senza rottura rivoluzionaria dello spazio-tempo tecno-capitalista, e senza sabotaggio concreto dei suoi apparati di cattura, alle nostre latitudini la sussistenza rischia di assomigliare a un eco-villaggio circondato dalle nocività. Detto ciò, la critica delle concezioni dominanti di rivoluzione – e delle loro concrete realizzazioni storiche – non può essere allontanata con il rovescio della mano, contrapponendo scolasticamente la visione anarchica a quella autoritaria, la visione federalista a quella statalista, la visione comunalista a quella incentrata sulla pianificazione industriale. Pensare la libertà nei limiti della necessità, accettando fino in fondo la nostra condizione di creature mortali e terrestri, significa praticare la più paradossale – nel senso letterale di lontana dall’opinione comune – delle rivoluzioni. Una rivoluzione la cui violenza non sia volontà di potenza, bensì distruzione del dominio, possibilità collettiva di lasciare la presa sulla natura, sugli animali, sulle piante, sulle donne, sui bambini, per riscoprire ciò che abbiamo dimenticato: un’attività umana in cooperazione con i nostri simili e con la materia vivente di cui siamo fatti.

A dispetto delle astrazioni tremendamente materiali dell’idealismo tecnocratico e contro ogni confortevole fuga da ciò che produce e riproduce la vita, il sentiero verso «una gioia e una felicità ancora sconosciute» ha bisogno di terra. Uscire dalla schiavitù connessa è il primo passo per trovarne le tracce. Rifiutare ogni volontà di potenza è l’unico modo per non chiamare libertà un dominio diversamente organizzato.

Rovereto, dicembre 2025

Collettivo Terra e libertà

[1]. Se infatti concordiamo con la sostanza di quanto affermano al riguardo Mies e Bennholdt (la smaterializzazione del reale e la scomparsa di ogni valore qualitativamente differente, compreso quello di verità, in nome della lotta a un generico «essenzialismo», presentato come fonte di ogni oppressione), a volte fatichiamo un po’ a capire il senso di certe loro affermazioni. A titolo d’esempio: si può davvero addebitare al «femminismo postmodernista» l’essenza stessa del capitalismo, ovvero la distruzione del «legame tra ciò che entra in un processo di produzione e ciò che ne esce», perché «ciò che conta, è il risultato sotto forma monetaria»? Si tenga però presente, nel leggere queste pagine, che esse risalgono al 1988, quando l’egemonia postmodernista aveva cominciato da poco ad attecchire nei dipartimenti universitari, ed era ben lontana da installarsi negli odierni “movimenti”. Ci sembra interessante far notare come chi le ha scritte abbia riconosciuto e denunciato la radice neoliberale di queste ideologie con largo anticipo, e da un punto di vista tutt’altro che reazionario e patriarcale.