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Via contadina o via cibernetica

Note su agroecologia e digitale alternativo

La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine, software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo.



Introduzione

Nell’aprile 2025, il Coordinamento Europeo della Via Campesina (ECVC) pubblica un testo di posizionamento intitolato “Le sfide che la digitalizzazione pone all’agroecologia contadina”. Il testo, a margine di un’analisi approfondita, individua 25 raccomandazioni indirizzate all’UE e agli Stati membri su come regolamentare e gestire la digitalizzazione dell’agricoltura1.

Il rapporto argomenta in maniera puntuale come il processo di digitalizzazione, per come si sta dispiegando nel settore agricolo, sia in contrapposizione netta ad una agricoltura contadina e agroecologica. L’ECVC cita i danni ecologici, la contaminazione delle acque e lo sfruttamento neo-coloniale necessario a reperire le materie prime per chip e sensori, così come i costi energetici astronomici del funzionamento dei data center. Il Coordinamento evidenzia come le tecnologie digitali siano pensate per le coltivazioni monoculturali su larga scala, e dunque come la loro diffusione metta a rischio i piccoli appezzamenti e la biodiversità. Inoltre gli agricoltori, indotti a delegare sempre di più a computer e macchine, rischiano di perdere la loro autonomia e i saperi tramandati nel tempo. Infine, ECVC è ben consapevole che la digitalizzazione, tutt’altro che affidata alla libera scelta dei singoli, viene di fatto imposta agli agricoltori, che vengono intrappolati in un vincolo di dipendenza tecnologica ed economica e diventano produttori di dati il cui vero scopo è alimentare i profitti di grandi aziende.

Dopo una disamina così ampia e attenta, ci si aspetterebbe una posizione netta contro l’agricoltura digitale. ECVC, invece, conclude in senso esattamente opposto: la digitalizzazione «può giocare un ruolo nella creazione di un sistema alimentare giusto», e favorire la sovranità e la sicurezza alimentare. Quindi, gli Stati membri devono garantire connessioni Internet veloci per tutti, soprattutto nelle zone rurali, e promuovere l’educazione al digitale senza lasciare nessuno indietro. Ora, se la maggior parte della propaganda a favore della digitalizzazione dell’agricoltura si basa su omissioni plateali dei suoi costi e delle sue conseguenze – ignorando ad esempio gli aspetti ambientali ed energetici –, non si può certo dire la stessa cosa di questo documento. ECVC passa in rassegna in modo convincente e preciso molti dei motivi per cui sarebbe necessario opporsi alla digitalizzazione, ma poi, con un colpo di scena poco adatto ai deboli di cuore, finisce per difenderla – a patto che sia una digitalizzazione diversa. Questo testo offre dunque un’ottima opportunità per criticare non tanto l’ECVC, quanto una più ampia tendenza, purtroppo non rara e non recente nel mondo “alternativo”, che mobilita i contenuti della critica al complesso tecnologico-scientifico-industriale non per minarne le fondamenta ma per legittimarlo.

Lontani sono i tempi in cui, anche tra le file dei movimenti sociali, si potevano riporre speranze nel potenziale liberatore della rete. Controllato ormai da pochi miliardari con ambizioni sempre più apertamente reazionarie, e piegato alle esigenze della speculazione finanziaria, il mondo digitale ha rivelato anche agli osservatori più distratti il suo ruolo di controllo, repressione, sfruttamento. A protendersi verso l’agricoltura sono le mani sporche di sangue delle aziende che hanno sorvegliato e massacrato il popolo palestinese, e l’hanno fatto con le stesse tecnologie che ora vogliono imporre ai contadini. Il testo dell’ECVC però dimostra che non è necessario negare la realtà, è sufficiente non trarne le dovute conseguenze. Se il digitale così com’è si rivela irrimediabilmente segnato dalla sua collusione con gli interessi dei capitalisti e può esacerbare le disuguaglianze sociali – sostiene ECVC –, un digitale alternativo adeguatamente regolato potrebbe garantire tutti i benefici di maggiore efficienza evitando le conseguenze negative a livello agricolo, sociale, ambientale. Questa è la tesi di fondo di ECVC, ed è su questa tesi che vogliamo concentrarci. Per farlo, ci sembra utile separarla nelle sue quattro componenti principali, che rimangono implicite nell’argomentazione ma ne sottendono tutto l’impianto. Affinché la digitalizzazione auspicata da ECVC possa essere una alternativa sostanziale alla digitalizzazione reale guidata dalle corporation, allora 1) la digitalizzazione alternativa deve evitare gli impatti negativi sugli agricoltori in termini di autonomia, biodiversità, sorveglianza; 2) la digitalizzazione alternativa deve evitare o ridurre drasticamente l’impatto ecologico e sociale; 3) gli Stati devono poter regolamentare e controllare la digitalizzazione sottraendola al potere delle corporation e rendendola aderente agli interessi dei loro elettori; 4) la digitalizzazione alternativa deve produrre dei benefici reali.

Una premessa sul concetto di agroecologia

Prima di entrare nel vivo, ci sembre utile fare una premessa sul concetto di agroecologia: ad oggi, non esiste una definizione unanime – e anche per questo il termine si presta a una certa ambiguità. Ciascun attore fa riferimento a una propria definizione di agroecologia; tendenzialmente, tuttavia, queste sono accomunate da alcuni elementi chiave: una scienza degli ecosistemi agricoli (l’applicazione di concetti e principi ecologici ai sistemi agricoli); pratiche rispettose di tutte le componenti dell’ambiente; un movimento sociale a difesa di sistemi agricoli e alimentari sostenibili ed equi. Inoltre, se per alcuni attori l’agroecologia è intrinsecamente incompatibile con l’agroindustria, altri – in particolare quelli istituzionali – ne sostengono la piena compatibilità con un’agricoltura industriale riformata.

Dal nostro punto di vista, perché quello di agroecologia possa essere un concetto significativo attorno al quale si possa coagulare un movimento di resistenza all’espropriazione dell’autonomia contadina, è cruciale porsi il problema di quali tecnologie sono concretamente compatibili con questo obiettivo e quali no. Un’agroecologia autentica non può che essere luddista, riprendendo un filo storico di resistenza attiva al processo di espropriazione del controllo sulle proprie condizioni di esistenza da parte dell’industria, e accettando solo le tecniche realmente conviviali – che accrescono cioè l’autonomia di individui e comunità anziché minacciarla.

1. Può una digitalizzazione alternativa evitare le conseguenze negative sugli agricoltori?

L’idea centrale sostenuta da ECVC è che, se è pur vero che la digitalizzazione reale (quella che sta effettivamente avvenendo su scala globale) dell’agricoltura mette a rischio l’autonomia dei contadini, esista una digitalizzazione agricola alternativa che invece la preserverebbe. Questa digitalizzazione alternativa ha come cardini la trasparenza degli algoritmi (l’uso di software open source), il controllo dei dati da parte di chi li produce, e l’uso di strumenti digitali progettati dal basso e riparabili localmente.

1.1 Algoritmi trasparenti

La possibilità di integrare vaste quantità di dati eterogenei è oggi tipicamente affidata ad algoritmi che fanno riferimento al campo del machine learning (ML), una branca dell’intelligenza artificiale i cui algoritmi possono “imparare” dai dati. Ovviamente la digitalizzazione ricopre un insieme di tecnologie ben più vasto, ma questi sono gli strumenti più promettenti se l’obiettivo è quello di utilizzare i dati per «ottimizzare le pratiche agricole» e aumentare l’«efficienza» del lavoro agricolo (obiettivi che ECVC non sembra mettere in discussione), dunque ci concentreremo brevemente su questo. 

Nel caso di quella che viene comunemente chiamata intelligenza artificiale ai giorni nostri, ovvero il cosiddetto deep learning basato su reti neurali, l’apertura è impossibile. Quando uno di questi sistemi “prende una decisione”, infatti, è impossibile risalire al perché. Si tratta del “problema della scatola nera” (black box problem)2: nemmeno i programmatori dell’algoritmo possono risalire, una volta che il sistema è stato addestrato, al motivo per cui produce un certo risultato. L’apertura del codice sorgente, in questo caso, aumenta ben poco la trasparenza delle decisioni.

Si obietterà che esistono algoritmi di ML più semplici e più trasparenti del deep learning, ed è sicuramente vero. Ma prendiamo l’esempio di un decision tree (“albero di decisione”), un semplice algoritmo di ML tra i più interpretabili. Per ogni decisione presa dall’algoritmo, è possibile ripercorrere l’albero delle decisioni e capire quali aspetti dei dati hanno condotto al risultato. Ma il costo di tale trasparenza è che un algoritmo così semplice non è in grado di analizzare vaste quantità di dati complessi come ad esempio le immagini satellitari. Ipotizzando anche che fosse adatto alle esigenze, il pieno controllo operativo sul funzionamento di un tale algoritmo richiede competenze che non è pensabile diventino di dominio comune. L’addestramento di un decision tree, per quanto elementare rispetto agli algoritmi di deep learning, richiede comunque vari accorgimenti per evitare l’eccessivo adattamento ai dati di addestramento: per usarlo in maniera autonoma è necessaria una comprensione dettagliata dell’algoritmo e dei suoi vari parametri che poggi su basi di statistica e informatica. È quindi probabile che nella maggior parte dei casi l’agricoltore riceva dei risultati dall’analisi dei dati dei quali non padroneggia la genesi, e che non è in grado di verificare o correggere autonomamente. Anche laddove gli algoritmi siano “aperti”, dunque, l’agricoltore cede una parte della sua autonomia decisionale sulle proprie pratiche a un processo che è fuori dal suo controllo.

Ovviamente, anche nel rendere le decisioni in campo dipendenti dalle previsioni meteorologiche gli agricoltori basano la loro attività su analisi di dati che non controllano. L’utilizzo di algoritmi predittivi però aumenta la delega a strumenti opachi, e va nella direzione opposta rispetto alla difesa dell’autonomia dei contadini.  Detto in altre parole, la riduzione degli agricoltori a operatori di macchine guidati non dal loro sapere ma dalle decisioni degli algoritmi non dipende dalla maggiore o minore trasparenza del codice sorgente. L’approccio di fondo della digitalizzazione – che quantifica il mondo per farlo elaborare ai computer sottraendolo alle menti umane nella ricerca di sempre maggiore efficienza – non viene minimamente intaccato dalla trasparenza degli algoritmi utilizzati. Il contadino delega comunque il suo potere, semplicemente lo delega agli sviluppatori di software libero piuttosto che alle Big Tech.

1.2 Controllo dei dati

Per garantire una digitalizzazione compatibile con l’autonomia dei contadini, sarebbe inoltre necessario secondo ECVC assicurare agli agricoltori il «controllo sui dati» e il «giusto accesso ai profitti». Da un punto di vista di controllo “informazionale”, i dati generati dalla digitalizzazione sono dati che non sono fatti per essere elaborati dalla mente umana ma dalle macchine, ovvero dati che, senza l’utilizzo degli algoritmi di cui sopra, sono del tutto inutili. Per mole e struttura non possono essere interpretati dagli umani senza il ricorso ad algoritmi statistici più o meno sofisticati. Da un punto di vista di controllo “materiale”, l’efficienza degli algoritmi di addestramento richiede la raccolta di grandi quantità di dati, che difficilmente potrebbero essere archiviati direttamente dagli agricoltori in server autogestiti. In ogni caso, la gestione di flussi di dati in tempo reale e la loro archiviazione non potrebbero essere fatte dagli agricoltori stessi, salvo immaginare un futuro di agricoltori-ingegneri. Quindi, più che di reale controllo, al massimo potrebbe essere riconosciuta agli agricoltori una proprietà formale dei loro dati, ovvero un ritorno economico invocato dall’ECVC come «giusto accesso ai profitti». Ovvero: i dati sono materialmente gestiti da altri, interpretati esclusivamente dalle macchine, utilizzati per generare una economia dei dati, e parte dei profitti verrebbe redistribuita ai produttori di dati. Alla faccia del “controllo”.

1.3 Progettazione dal basso di strumenti riparabili

L’altro elemento di novità del “digitale agroecologico” sarebbe la possibilità per i contadini di contribuire allo sviluppo di strumenti open source pensati per le loro esigenze e che siano economici, adattabili, e riparabili dai contadini stessi. Ma cosa vuol dire strumenti digitali riparabili dai contadini stessi? Se ci si trovasse di fronte a un malfunzionamento a livello del software, solo un ingegnere informatico con competenze in analisi dati potrebbe intervenire a correggere errori nel codice sorgente o – come accennavamo prima – modificare l’addestramento dell’algoritmo. Dal lato dell’hardware, invece, praticamente tutti i dispositivi digitali, anche quelli con prestazioni relativamente modeste, si basano su componenti – come i microchip – dal processo produttivo incredibilmente complesso, come vedremo a proposito del suo impatto ecologico: solo pochi grandi gruppi industriali possono essere in possesso delle risorse economiche e tecnologiche necessarie a produrli. L’eventuale riparabilità non potrebbe quindi che ridursi alla possibilità di aprire i dispositivi per sostituirne i vari componenti, prospettiva che potrebbe forse portare un certo risparmio economico, ma che sarebbe lontana dal rompere la dipendenza nei confronti dell’industria.

2. Può una digitalizzazione alternativa evitare conseguenze negative sull’ambiente?

2.1 Biodiversità, monocolture e standardizzazione

«Bisogna creare standard per tutto, perché la standardizzazione dei dati che compongono la società e l’essere umano è l’unico modo per garantire la piena applicazione della tecnica e, allo stesso tempo, assicurarne l’universalizzazione»3. Queste parole, scritte da Jacques Ellul in un’epoca dove il digitale non si era ancora propagato a livello sociale, sono rivelatrici di quanto si sta affermando anche in agricoltura. La meccanizzazione delle campagne messa in atto dopo la Seconda Guerra mondiale ha avuto come conseguenze certamente l’aumento delle dimensioni delle aziende agricole e la diminuzione del numero di contadini, ma ha determinato anche una semplificazione dell’ambiente coltivato. Ci si avviava così verso un mondo tecnologicamente fuori misura, costituito da attrezzature specializzate inapplicabili al mondo contadino che si voleva soppiantare. Un nuovo mondo che fu tanto distruttivo per le attività umane quanto per l’ambiente agricolo, e che ha posto le basi per un progressivo impoverimento della biodiversità e de facto per una standardizzazione dell’agricoltura (basti pensare alla spinta offerta dalla genetica agraria nel selezionare piante omogenee e adatte alle operazioni colturali meccaniche).

A differenza di questa meccanizzazione, di cui l’agroecologia ha saputo criticare con fermezza i limiti sviluppando talvolta anche delle tecniche alternative, la rivoluzione digitale sembra essere considerata in qualche forma utile per l’agricoltura contadina. L’assunto di base è che, nonostante le escrezioni tossiche dell’agricoltura smart, lo sviluppo di tali tecnologie sia di indiscusso interesse per il mantenimento e lo sviluppo della biodiversità in agroecologia. La gestione tecnocratica e accentratrice delle tecnologie legate all’agricoltura 4.0 viene in gran parte vista, giustamente, come un ulteriore tassello dell’industrializzazione dell’agricoltura che non fa altro che sviluppare le monocolture, l’omogeneità negli approcci al vivente e un’elevata meccanizzazione. E allora in che modo queste tecnologie, tra le tante funzioni, risulterebbero dei moltiplicatori di approcci agroecologici? Non sono piuttosto degli ostacoli a dei processi di conoscenza e gestione dell’agrobiodiversità?

Uno degli assunti di queste tecnologie è che sarebbero così precise da poter “scansionare” l’intera componente biotica e abiotica dell’agroecosistema. Un’evoluzione dell’agricoltura di precisione che grazie allo sviluppo dell’Internet delle cose e dell’intelligenza artificiale porterebbe informazioni utili circa gli interventi nell’agroecosistema. Ma quali output ci forniscono le applicazioni smart in un contesto, quello agroecologico, che cerca di seguire il sentiero, non certo sempre facile, della diversificazione dell’ambiente agricolo? Non solo la complessità del vivente è difficile da quantificare e convertire in dati (presupposto necessario per l’informatizzazione delle campagne), ma la coltivazione stessa, quando realizzata su piccola scala, basata sull’intreccio di consociazione delle colture, su continue rotazioni, con campi coltivati interrotti dalla biodiversità naturale, necessiterebbe di tecnologie digitali molto specializzate e quindi costose. Di fatto l’agricoltura smart, in questo contesto, produrrebbe dei dati molto eterogenei, spesso non rappresentativi e difficili da interpretare. Infatti non è un caso che l’agricoltura digitale che più si è affermata sul mercato sia quella che ben si adatta ad un tipo di azienda che presenta un processo lineare, omogeneo e standard e che ha sostituito passo dopo passo il rapporto con la terra. Pensiamo a questo proposito alla raccolta automatizzata della frutta ad opera di robot che per poter operare necessita di un frutteto a spalliera disposto quindi su filari uniformi.

Ma proviamo ad entrare un po’ più nello specifico. Considerando le tecnologie dell’informazione come un sistema di tecnologie, che va ad esempio dai sensori per il rilevamento dei parametri fisici del terreno, all’uso dei droni per i rilievi della vegetazione o della fertilità, e che possono appoggiarsi anche ai sistemi satellitari, l’elemento comune e centrale diventa il dato raccolto. Attraverso la misurazione dei parametri fisici, della quantità di sostanza organica, del potere riflettente delle foglie si raccolgono dei dati che un determinato contesto tecno-scientifico considera utili e necessari. Pensiamo per esempio per quanto tempo, e in certi ambienti tuttora, la fertilità del suolo sia stata equiparata esclusivamente alla concentrazione di alcuni nutrienti chimici. Un sensore che misura la quantità di azoto nel terreno fornisce sicuramente un dato legato alla produttività, dato che da solo però è riduttivo e insufficiente rispetto all’importanza di tutti gli altri fattori che non si limitano alla componente chimica del terreno, ma includono la dimensione fisica e biologica, dalla quale la fertilità chimica deriva. Ciò che si crea è quindi una rappresentazione impoverita del “reale” che non tiene conto della ricchezza che si può percepire in campagna. Se crediamo ancora che la produzione di cibo sia un’attività umana che deve restare alla portata di tutti e tutte e che la produzione industriale non abbia fatto altro che impoverire quello che mangiamo, abbiamo da moltiplicare le nostre pratiche agroecologiche e non orientarci verso pratiche mutuate dall’attività informatico-industriale. Certo, in terreni impoveriti dall’uso di diserbanti e concimi chimici e dalle continue monosuccessioni si può essere costretti ad affidarsi ai rilevatori di macroelementi, ormai ultima spiaggia per rendere ancora un po’ produttivo un terreno che si discosta molto da quella pellicola palpitante di vita che è il suolo. Ma questo non è certo il caso di ambienti ricchi di vita coltivati da persone che hanno a cuore tanto la terra sotto i nostri piedi quanto il rapporto che si crea con la natura.

Queste misurazioni inoltre creano implicitamente una classificazione di terreni dove il più fertile chimicamente risulta quello idealmente da raggiungere. Non tutti i terreni, però, sono fertili allo stesso modo e le popolazioni locali hanno saputo per millenni coltivare varietà locali, meno produttive ma anche meno esigenti, che non alterassero in maniera rovinosa la produttività e la ricchezza del suolo, questo anche in terreni naturalmente più poveri e più soggetti all’erosione di fertilità. L’agricoltura 4.0, anche se declinata in chiave “agroecologica”, non risolve le criticità che le sono costitutive; risulta invece evidente che questo nuovo pacchetto tecnologico digitale avvicinerà ulteriormente l’agricoltura a un settore industriale, uniforme e standardizzato. Per quanto precise e veloci siano le nuove tecnologie, un cibo sarà di qualità se affidato ai custodi dei saperi secolari e quindi alla cura degli uomini e delle donne.

2.2 Gli inevitabili rovesci del digitale

Nel documento relativamente articolato di ECVC sul digitale applicato alla terra, stride lo scarsissimo spazio dedicato alla filiera produttiva dei dispositivi e alle sue conseguenze ecologiche. Fra i «rischi» ecologici, ci si riferisce perlopiù al problema del consumo di energia, oltre alla possibilità che la digitalizzazione spinga l’agricoltura verso pratiche ancor meno sostenibili (un inciso: ci sembra indicativo che nel testo tornino a più riprese termini come rischi e sfide, tipici della lingua del nemico – ossia di chi, lungi dal voler contrastare un processo, si candida a gestirlo). La proposta di una “digitalizzazione alternativa” nella direzione dell’agroecologia si rivela così sostanzialmente dissociata dalla realtà materiale che inevitabilmente sottende e fondata su contraddizioni insanabili, a partire proprio dalla sostenibilità ambientale.

Per fare un esempio (ma lo stesso vale per tutti i dispositivi digitali), un oggetto dato ormai per scontato come un normale smartphone contiene oltre cinquanta materie prime, il doppio di un cellulare degli anni Novanta e cinque volte quelle contenute in un telefono degli anni Sessanta. Ricavare e assemblare queste materie prime richiede un’organizzazione globale di inimmaginabile complessità: dovrebbe essere ormai risaputo che intere montagne devono essere sbancate per estrarne materiali che hanno richiesto miliardi di anni per formarsi all’interno della terra, e che per essere separati dagli scarti richiedono bagni di acido e altri procedimenti che lasciano in eredità residui radioattivi, acqua inquinata e altre sostanze tossiche. Le catene di approvvigionamento delle materie prime sono talmente complesse che è a dir poco illusorio immaginare di conoscere nel dettaglio le condizioni ambientali, sociali e lavorative a monte, e le filiere di produzione sono suddivise in centinaia di processi che coinvolgono migliaia di subappaltatori in decine di Paesi del mondo, comportando un consumo energetico e livelli di inquinamento folli. Nel caso dei microchip, che sono allo stesso tempo il cuore di qualsiasi dispositivo digitale e il componente dal maggiore impatto ecologico e fra i più complessi da produrre, si arriva al rapporto di 1 a 16.000 fra il peso del prodotto finito e quello delle risorse mobilitate nel suo ciclo di vita. Ai singoli dispositivi occorre aggiungere i ripetitori e la quantità smisurata di chilometri di fibra ottica necessari a farli comunicare tra loro – e a garantire «un’infrastruttura digitale veloce per tutti gli individui», come chiedono gli estensori del documento. Ogni successiva generazione di dispositivi e di reti promette di essere energeticamente più efficiente, ma in realtà fa ulteriormente impennare il traffico di dati, e richiede la sostituzione di molti apparecchi. I dati prodotti e trasmessi anche per le attività più banali mobilitano centinaia di data center, infrastrutture che per garantire la sicurezza dei dati devono essere “ridondanti” (cioè almeno doppie) e il cui numero – e con esso il loro mostruoso consumo energetico – è in crescita esponenziale a causa dell’esplosione dei sistemi di intelligenza artificiale4. I dispositivi e le altre componenti di questa infrastruttura globale hanno una durata limitata, e un loro parziale riciclo, ove possibile, richiederebbe comunque un’organizzazione non meno complessa della loro produzione.

Come sostiene fra gli altri L’Atelier Paysan in Liberare la terra dalle macchine5, l’unica reale possibilità di immaginare una via d’uscita dalla società industriale è quella di ricreare comunità che si sentano responsabili della conservazione della capacità di autorigenerazione di determinate eco-regioni. Questo implica, oltre a produrre in base alle necessità reali della comunità e non a quelle artificiali del mercato globale, anche astenersi da quelle attività i cui rifiuti e altri effetti collaterali non possano essere riassorbiti dalla stessa eco-regione. Appare evidente che la produzione di dispositivi digitali è tra queste, dipendente com’è da una complessa – e a dir poco iniqua, perpetuando gerarchie coloniali – divisione internazionale del lavoro e dallo scellerato consumo di risorse non rinnovabili.

In alcuni passaggi del testo, la cosiddetta agricoltura di precisione, basata su sensoristica IoT, GPS e intelligenza artificiale viene – giustamente – criticata in quanto centrata sui dati e sugli investimenti in tecnologia, e la sua presunta efficienza in termini di risorse viene definita – ancora, giustamente – una «falsa promessa». Ma allora di quali dispositivi e infrastrutture si parla, in concreto, quando ci si riferisce a un digitale che invece «può supportare l’agroecologia»? Di un’eventuale nicchia di dispositivi digitali da filiera certificata “equa e solidale”, più simile allo scaffale del biologico dentro un ipermercato che alla radicale messa in discussione dell’agroindustria? O di strumenti talmente rudimentali che davvero non si capisce quali significativi vantaggi potrebbero offrire, in un’ottica agroecologica, rispetto a un’agricoltura a bassa tecnologia? L’efficacia (tutta interna a un’ottica di efficientismo industriale e soluzionismo tecnologico, che per quanto ci riguarda comunque rifiutiamo) delle tecnologie informatiche è una funzione della quantità di dati raccolti, della potenza di calcolo e della capacità di trasmissione, tutti fattori all’aumentare dei quali aumentano inevitabilmente anche la complessità produttiva dei dispositivi e il loro impatto ambientale: ci sembra una contraddizione non aggirabile. I difensori del digitale alternativo tendono sempre a evitare di entrare nel merito – sul piano materiale, delle risorse necessarie, e non solo su quello del controllo dei dati – di quale sia il livello di tecnologia capace di salvaguardare l’autonomia di individui e comunità.

Ignorare la materialità del digitale significa anche ignorare il suo stretto legame con la guerra: se le tecnologie informatiche sostanzialmente devono al mondo militare la propria stessa nascita e il proprio sviluppo, oggi queste tecnologie si trovano al centro della tendenza globale alla guerra e allo stesso tempo nel ruolo di posta in gioco: il controllo delle materie prime, delle filiere produttive, e dei mezzi della potenza. Per questo, tra l’altro, si progetta di rilocalizzare sul suolo europeo l’estrazione dei minerali strategici. Accettare la digitalizzazione dell’agricoltura come inevitabile significa rendere dipendente la sussistenza delle comunità da sistemi che non saranno mai autogestibili anche perché strategici militarmente (e renderla così anche potenziale bersaglio di attacchi più o meno cyber). Sistemi che, mentre si vaneggia di una loro possibile riappropriazione e uso alternativo, diffondendosi allontanano la possibilità di scrollarsi di dosso le catene del mercato e delle burocrazie, approntando capacità di controllo e ricatto sempre più pervasive: se le tecnologie digitali non fossero state già ampiamente diffuse, quella vera e propria ginnastica di guerra che è stata la gestione pandemica, con l’emarginazione automatica di chi non si adeguava alle direttive, non sarebbe stata possibile; e a dimostrazione del fatto che non si è trattato di una parentesi, in Ucraina e in Russia sistemi analoghi al green pass sono impiegati per scovare chi cerca di sottrarsi all’arruolamento forzato.

3. Possono gli Stati governare la digitalizzazione?

La proposta di ECVC è di affidare la digitalizzazione dell’agricoltura alla regolamentazione statale, che sarebbe in grado di conservarne gli aspetti “positivi” e buttarne a mare quelli più invasivi e distruttivi. Il problema, al di là degli aspetti specifici, è che la digitalizzazione applicata all’agricoltura non è separabile dallo sviluppo della digitalizzazione nel suo complesso, che a sua volta non è separabile dalle altre tecnoscienze e da tutto l’ecosistema della ricerca: dipartimenti universitari, laboratori, industrie. Per normare una applicazione specifica – ad esempio dell’intelligenza artificiale in agricoltura – bisognerebbe normare e limitare tutto l’insieme. Ciò che lo Stato non ha, e non può avere, nessuna intenzione di fare. Perché lo Stato (qualsiasi Stato) dovrebbe infatti desiderare un’intelligenza artificiale meno invasiva, e quindi meno sviluppata e performante? Se la caratteristica fondamentale dell’intelligenza artificiale è quella di evolversi proporzionalmente alla quantità di dati che riesce ad assorbire, quello Stato che limitasse la disseminazione di dispositivi di controllo o il furto di dati (e lo sviluppo di sistemi d’arma) si infliggerebbe da solo uno svantaggio strategico; con il risultato che ad approfittarne sarebbero altri, tra i quali si troverebbe come un vaso di coccio tra i vasi di ferro (e silicio).

Oltre a ciò, quale Stato non tende ad accrescere il controllo sui suoi cittadini, quando ne ha i mezzi? Che si tratti di combattere organizzazioni criminali o gruppi rivoluzionari, sovversivi o teppisti (o magari agricoltori che non si attengono alle norme…), o ancora di rispondere alle ansie securitarie di cittadini o partiti politici, lo Stato troverà sempre nel controllo più ossessivo la modalità che gli assicura i maggiori vantaggi, o che gli crea meno problemi. Se a questo poi si aggiunge che i legislatori non tengono minimamente il passo delle innovazioni prodotte dalle industrie e dalla ricerca, o ancora che tutti gli Stati vivono grazie al credito che gli viene irrogato dalle banche, a sua volta tanto più abbondante quanto più “liberamente” circolano i capitali a livello internazionale, ci si renderà conto di come pensare di regolare lo sviluppo o l’uso della digitalizzazione attraverso la legge sia molto più utopistico dell’Anarchia.

Entrando più nello specifico del rapporto fra Stato e industria digitale, a partire dall’11 settembre 2001 questo si è fatto sempre più stretto, fino a formare quello che è stato definito complesso militare-digitale. Gli Stati Uniti e le aziende della Silicon Valley hanno fatto da apripista, ma lo stesso vale anche per i loro contendenti: il rapporto fra apparati militari-polizieschi e Big Tech è sempre più di mutua dipendenza. Da una parte, i primi hanno bisogno delle seconde per le loro capacità tecnologiche e infrastrutturali che vanno ormai al di là della portata dei singoli Stati (raccolta ed elaborazione dati su larga scala, sistemi di intelligenza artificiale, comunicazioni satellitari…); dall’altra, le seconde hanno bisogno dei primi per difendere le filiere produttive dei dispositivi digitali – a partire dalle materie prime – e l’accesso ai mercati, e per mantenere regolamentazioni favorevoli. L’imperialismo delle piattaforme digitali – che rendono intere popolazioni dipendenti dai propri monopoli – e quello delle potenze militari si rafforzano a vicenda. Non è un caso che negli ultimi anni le Big Tech siano entrate prepotentemente, al fianco dei “vecchi” oligopoli industriali (energia, telecomunicazioni, automobili, armamenti), nel sistema delle “porte girevoli” fra industria e apparato statale: i vertici delle società del digitale approdano nelle amministrazioni pubbliche (in particolare in quelle legate alla difesa) portando con sé competenze chiave e relazioni con le start-up più promettenti; mentre funzionari e generali fanno il percorso inverso rafforzando la capacità delle piattaforme di relazionarsi con il settore pubblico, partecipare ai progetti di ricerca e ottenere commesse. Fra i molti, si può fare l’esempio di Eric Schmidt, già amministratore delegato di Alphabet (la “casa madre” di Google) e poi a capo di diversi organismi del Dipartimento della Difesa statunitense nei quali ha ricoperto un ruolo di consigliere sulla politica tecnologica in ambito militare, nonché “ideologo” dell’alleanza fra Stato e Big Tech6. Attriti e contraddizioni fra gli interessi immediati di questi due attori, pur spesso presenti, vengono puntualmente superati in nome del superiore interesse comune – quello della supremazia commerciale e militare e del controllo degli individui –, dimostrando che ostinarsi a vedere nonostante tutto nelle istituzioni un possibile arbitro imparziale fra gli interessi delle popolazioni e quelli dell’industria non è che un’illusione rinnovabile.

Conclusioni

Tutto considerato, a cosa si riducono i benefici che una digitalizzazione alternativa dovrebbe portare a un’agricoltura non industriale? Lo stesso ECVC non approfondisce né dimostra concretamente in che modo i presunti vantaggi si possano realizzare. Si accenna a una facilitazione dello scambio di conoscenze e pratiche attraverso «applicazioni e reti» – ma questo scambio non è sempre avvenuto anche senza dispositivi digitali? Si spiega che «la digitalizzazione ha il potenziale di semplificare i processi amministrativi e ridurre gli oneri per i piccoli agricoltori» – ma non è esperienza diffusa proprio il contrario? Infine, si cita «la vendita tramite piattaforme di mercato digitale». Ma se uno degli elementi costitutivi dell’agroecologia è ridurre sprechi ed impatti negativi, allora si guarda a modalità di vendita a chilometro zero, non a mercati digitali!

Perché allora dovremmo consegnarci a nuove dipendenze quando stiamo già pagando il prezzo di quelle vecchie? L’agricoltura moderna è cresciuta sotto il segno del petrolio: fertilizzanti, pesticidi, macchinari, trasporti. Una dipendenza profonda, sistemica, che ha reso la produzione di cibo vulnerabile, fragile. Già oggi la nostra società è estremamente dipendente da risorse e tecnologie che possiedono tutte le caratteristiche per trasformarsi in nuove forme di sottomissione e monopolio. La digitalizzazione in ambito agricolo viene raccontata come inevitabile e neutra, ma in realtà introduce nuove forme di subordinazione. Software, sensori, piattaforme, cloud, aggiornamenti continui: strumenti che non appartengono a chi coltiva, che richiedono capitale, infrastrutture, competenze specifiche e che funzionano secondo logiche impostate da chi le produce. L’agricoltore non solo dipende dall’energia e dai mercati globali, ma anche da sistemi tecnologici di non sempre facile comprensione gestiti da grandi (o piccole) aziende che controllano dati, decisioni e processi produttivi. Questa nuova dipendenza non sostituisce le precedenti, le stratifica. L’agricoltura, invece di liberarsi, viene ulteriormente incastrata in un sistema complesso e vulnerabile, in cui un blackout, un guasto o un cambio di licenza possono compromettere intere stagioni di lavoro. Criticare questa tendenza significa rifiutare l’idea che ogni problema debba essere risolto con più tecnologia. Significa riconoscere che la resilienza agricola non nasce dall’iper-connessione, ma dalla semplicità, dalla conoscenza diretta dei luoghi, dalla capacità di adattarsi senza dipendere da sistemi esterni. Ogni nuova dipendenza riduce lo spazio di scelta e aumenta il controllo esercitato dall’alto. Difendere un’agricoltura orientata all’autonomia vuol dire scegliere consapevolmente di non aggiungere nuove catene a quelle esistenti. Vuol dire criticare una digitalizzazione che non serve a nutrire meglio le persone, ma a rafforzare un modello economico che trasforma anche il cibo in un nodo di controllo. In gioco non c’è solo il modo in cui coltiviamo, ma il grado di libertà con cui potremo continuare a farlo. Per secoli l’agricoltura è stata molto più di un lavoro, era una forma di vita, e il legame profondo con la terra una fonte di gioia. Un dialogo quotidiano con le stagioni, con le ore di luce all’interno di una giornata, con il suolo toccato, annusato, ascoltato. In quel gesto ripetuto di cura e fatica donne e uomini trovavano equilibrio, appartenenza e una libertà essenziale, lontana dal ricatto della produttività e dell’accumulazione. La spinta alla digitalizzazione agricola accelera incredibilmente la rottura di questo rapporto, iniziata già da tempo. Trasforma la terra in un’interfaccia, la vita in un flusso di dati, l’esperienza in un elemento da ottimizzare. Ci viene detto che serve, che è progresso, che senza sensori e algoritmi non si può coltivare, o che comunque quella sarà la direzione inevitabile; anche in nome della cosiddetta sostenibilità. È falso. L’agricoltura di sussistenza ha sostenuto l’umanità per millenni senza piattaforme, senza cloud, senza intelligenze artificiali, e ancora lo fa in diverse aree del Pianeta. Ad oggi il concetto di sussistenza non deve essere inteso come un ritorno nostalgico al passato, ma come una profonda scelta di campo. Vivere di sussistenza, nel contesto contemporaneo, significa ridefinire i bisogni, ridimensionare la dipendenza dai sistemi economici dominanti e ricostruire un rapporto diretto con ciò che rende possibile la vita7. Non si tratta di autosufficienza totale, ma di una tensione verso l’autonomia, verso una vita meno mediata e meno ricattabile. Ciò che oggi viene chiamato innovazione è per lo più solo un nuovo modo di sottrarre conoscenza, autonomia e responsabilità a chi vive la terra ogni giorno. Come ha scritto Silvia Federici, l’accumulazione di innovazioni tecnologiche disaccumula le capacità e i saperi individuali e comunitari8.

La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine, software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo. I benefici non ricadono sulle comunità, ma sulla macchina capitalista che vive di controllo, standardizzazione e estrazione di valore. La digitalizzazione non serve al vivente; serve al mercato. Rivendicare una vita orientata alla sussistenza significa rifiutare questa colonizzazione tecnologica. Significa scegliere una relazione diretta con la terra, basata sulla realtà, sulla cura e sull’autonomia. Significa sottrarsi alla logica dell’efficienza forzata e riaffermare che coltivare non è produrre dati, ma vivere. In questa scelta non c’è arretratezza, ma resistenza.



Rovereto, maggio 2026

Collettivo Terra e Libertà



1 Le raccomandazioni di ECVC sono state tradotte in italiano e pubblicate sul numero sei di Rivista Contadina (settembre 2025). Il testo di posizionamento completo è consultabile in inglese sul sito di ECVC www.eurovia.org.

2 Per risolvere il problema della scatola nera è nato negli ultimi anni il filone di ricerca della “explainable AI”, o “IA spiegabile”, che sperimenta approcci per rendere più trasparente il funzionamento delle reti di deep learning. Nonostante i tentativi in questo senso, al momento il problema della scatola nera è però sostanzialmente irrisolto.

3 Citato in Nicolas Alep e Julia Lainae. Contro il digitale alternativo. Perché non può essere né ecologico, né democratico, Edizioni Malamente, Urbino, 2023.

4 La crescita del consumo di energia per alimentare l’IA è talmente esponenziale che Microsoft, Google e Amazon si stanno orientando verso il nucleare per sostenere i propri impianti; Microsoft ha siglato un accordo per riaprire la centrale di Three Mile Island (quella chiusa a seguito dell’incidente di fusione del nocciolo, il 28 marzo 1979), mentre Amazon e Google puntano allo sviluppo di reattori modulari.

5 Atelier Paysan, Liberare la terra dalle macchine. Manifesto per un’autonomia contadina e alimentare, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 2023.

6 Il tema dell’interdipendenza fra potenze militari e piattaforme digitali è trattato più approfonditamente in Dario Guarascio, Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026.

7 Veronika Bennholdt-Thomsen e Maria Mies, The subsistence perspective, Zed Books, Londra, 1999. Segnaliamo in italiano, La sussistenza – una prospettiva ecofemminista. Brani scelti, a cura del collettivo terra e libertà, Rovereto.

8 Silvia Federici, Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons, ombre corte, Verona, 2018. Per l’attinenza con i temi qui trattati, segnaliamo in particolare l’ultimo capitolo, “Reincantare il mondo. La tecnologia, il corpo e i commons”.