Categorie
Materiali

Dal fronte umano (II)

Contro il dispotismo della velocità

Qui il pdf:

dal_fronte_umano_2

Un mito autoritario

Non serve aver letto il fascista Marinetti per capire che quello della velocità è un mito autoritario, che da sempre si accompagna ai culti gemelli della guerra e del progresso tecnico. Mentre decisioni consapevoli e condivise esigono i tempi lenti e tortuosi della discussione, il decisionismo del “non c’è tempo” e del “fare presto” è un’arma dei potenti. Se l’essenza del comando è ottenere «un’obbedienza pronta, automatica e schematica» (Max Weber), l’accorciamento dei tempi tra l’ordine impartito e la sua esecuzione non può che rafforzare il dominio, affossando in modo direttamente proporzionale il pensiero critico. Non c’è quindi da stupirsi che l’Emergenza – alimentata oggidì da continue iniezioni di paure e catastrofismi – sia ormai divenuta la tattica preferita del potere. Scosso da profonde contraddizioni, con “mercati” stipati di capitali fittizi sempre sull’orlo dell’implosione, il sistema capitalistico è ormai costretto a convertire senza sosta risorse di ogni tipo – naturali, sociali, umane… – in titoli di Borsa. Se buona parte di questi sono ormai «puro vapore acqueo» (denaro non ancora accumulato, ma che si presume di ricavare in futuro…), ciò non toglie che i loro effetti sulle vite delle persone e del Pianeta siano terribilmente concreti.

Senza spingere troppo lontano lo sguardo, un esempio ce l’abbiamo proprio qui: quei cantieri del TAV che al momento stanno devastando il Trentino tra la zona nord di Trento e l’abitato di Mattarello; con i progetti della cosiddetta Circonvallazione ferroviaria – una “circonvallazione” in mezzo alle case e alla trafficatissima arteria del Brennero, nonché sui terreni avvelenati dalle fabbriche dismesse SLOI e Carbochimica – e del cosiddetto by-pass – la galleria di 12 chilometri prevista dentro la montagna della Marzola.

Acceleratore d’Emergenza

Per capire come capitalismo finanziario, tattica dell’Emergenza, devastazione ed espropriazione del territorio si tengano insieme, facciamo un passo indietro. Il progetto europeo del TAV viene giustamente definito «strategico»: si tratta infatti di un intervento capitalistico che – almeno potenzialmente – ne determina molti altri. La sua parziale realizzazione in Italia ha provocato innanzitutto l’aumento delle tariffe ferroviarie e la soppressione di molti treni regionali; dopo ha innescato il progetto “Grandi Stazioni”; il quale, poi, ha fatto da volano al car sharing Frecciarossa-ENI; che a sua volta è un passo in direzione della smart city e del furto elettronico di dati (per non parlare della funzione bellica dei corridoi TAV, inseriti nel Piano di mobilità militare europea, col famigerato corridoio 5 da Lisbona a… Kiev). Ma pure se molte infrastrutture del TAV restassero cattedrali nel deserto, esse costituiscono già degli asset per profitti di tipo finanziario, in quanto denaro che piove nelle tasche dei costruttori e insieme promesse del denaro a venire. Insomma, si tratta di un gioco in cui i padroni – salvo essere fermati dalla variabile indipendente delle lotte – vincono sempre e comunque.

È qui che entra in campo la tattica dell’Emergenza – innanzitutto come acceleratore. L’Operazione Covid degli scorsi anni non ha solo (ed enormemente) velocizzato la corsa internazionale alla supremazia tecnologica – con la sperimentazione biotecnologica di massa, il furto di dati attraverso la spinta obbligata all’uso della rete, all’identità digitale ecc. Essa ha anche incrementato tutti i processi di ristrutturazione capitalistica, indirizzando verso i «settori strategici» quella massa di debito pubblico che dalla crisi del 2008 viene iniettata senza sosta nei “mercati”. In Italia, questi finanziamenti sono costituiti principalmente dal noto Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del 2021, che è parte del più vasto Piano europeo Next Generation EU. Ebbene, non solo un rapido sguardo al PNRR basta a capire come tutto ciò che al suo interno non riguarda la digitalizzazione finisca nel buco nero del TAV (si veda in particolare la “Missione 3”: almeno la metà dei 24,77 miliardi stanziati per una presunta «mobilità sostenibile» sono per l’Alta Velocità, mentre a tutto il resto vanno gli spiccioli); ma il progetto trentino della cosiddetta Circonvallazione è stato inserito all’interno dello stesso PNRR, e accelerato da quel “Decreto Semplificazioni” varato contestualmente per sbloccarne i diversi progetti. Col risultato che, in meno di un anno dal decreto, l’appalto è stato assegnato ai soliti noti di Webuild (ex-Impregilo, i costruttori di massa del gruppo FIAT), e in meno di due sono stati aperti i cantieri. Oltre al danno, la solita beffa della democrazia partecipata (quella in cui i cittadini possono esprimersi su tutto senza potersi opporre in niente), ma resa ancora più grottesca da “dibattiti pubblici” svolti durante le vacanze di Natale 2021-2022, a cui era permesso accedere solo esibendo il green pass…

La tattica dell’Emergenza ha reso indiscutibile l’inaccettabile, sottoponendo l’intera popolazione a una continua e feroce ginnastica di resilienza. Come ieri con l’evento-Covid si è fatta passare la tecnologia del m-RNA dai laboratori ai corpi, così oggi, dopo l’alluvione in Romagna (in cui il generale Figliuolo è stato nominato commissario per la nuova Emergenza), si autorizza la coltivazione dei nuovi OGM a scopo sperimentale (con un emendamento dello scorso 30 maggio al “Decreto Siccità” del 2022).

Nel frattempo, gli stessi figuri che ci hanno imposto di tutto in nome della salute pubblica, adesso vorrebbero avvelenare il Trentino con il piombo tetraetile e gli altri rifiuti industriali della SLOI e della Carbochimica (senza neanche adottare le poche misure precauzionali previste dalla loro stessa legge, come riconosciuto anche da quella magistratura di Trento che con una mano sequestra il sottosuolo dei cantieri, e con l’altra cerca di arrestare chi tenta di bloccarli direttamente). Gli stessi figuri che invocano meno libertà, più controllo sociale e più nocività con la scusa dei cambiamenti climatici, si preparano adesso a devastare le oltre 200 fonti d’acqua intercettate dal by-pass della Marzola.

La grande ipoteca

Devastazioni ambientali e digitalizzazione sono questioni intrecciate in almeno due modi. Il primo è che, semplicemente, il digitale è in sé un disastro ambientale.

Dovrebbe essere ormai ampiamente risaputo che la proliferazione di dispositivi digitali necessita di quantità crescenti di materie prime rare, che possono essere estratte solo mediante procedimenti devastanti. Come dovrebbe essere noto che l’enorme quantità di dati che per questi dispositivi transita, destinata a impennarsi ulteriormente, consuma già oggi una quota significativa dell’elettricità prodotta a livello mondiale, per non parlare della quantità d’acqua necessaria al raffreddamento dei data center, del problema dei rifiuti elettronici e dell’inquinamento elettromagnetico.

Come è stato notato, a proposito di velocità smisurate, ogni dispositivo digitale «è costruito utilizzando elementi che hanno richiesto miliardi di anni per formarsi all’interno della terra. Dalla prospettiva del tempo profondo, stiamo estraendo la storia geologica della Terra per soddisfare una frazione di secondo del tempo tecnologico contemporaneo, costruendo dispositivi […] che sono spesso progettati per durare solo pochi anni» ((Kate Crawford, Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’IA).

È notizia di queste settimane che, com’era ampiamente prevedibile, sia a livello europeo che nazionale si sta accelerando sull’apertura o riapertura di siti di estrazione delle cosiddette “materie prime critiche”, indispensabili per la digitalizzazione e per la transizione ecologica (espressione ogni giorno più degna della neolingua), con l’obiettivo, in un contesto di crescente instabilità geopolitica, di ridurre la dipendenza – in particolare dalla Cina. Solo in Trentino ci sarebbero diverse decine di siti papabili.

Di fronte al degrado ambientale, per non dover mettere in discussione il sistema che lo produce, la risposta è l’ennesima fuga in avanti tecnologica, che prepara i disastri a venire – convergendo con le biotecnologie che pretendono di adattare il vivente a condizioni sempre più insostenibili, rendendoci nel contempo sempre più radicalmente dipendenti e annientando ogni autonomia possibile.

D’altra parte, la digitalizzazione andrebbe vista come una controrivoluzione predittiva nei confronti della possibilità stessa di combatterle, le devastazioni ambientali (e non solo) – perlomeno in modi che non siano quelli autorizzati, cioè puramente simbolici e del tutto inoffensivi. E non si tratta solo dell’uso repressivo in senso stretto (droni, telecamere intelligenti, tracciamento sempre più pervasivo…).

L’imposizione, negli scorsi anni, di un certificato digitale di obbedienza per poter circolare e perfino per poter lavorare dovrebbe aver insegnato qualcosa: si prepara un’infrastruttura che consenta di registrare e valutare nel modo più automatico possibile tutti i comportamenti, e modulare di conseguenza l’accesso ai servizi, escludendo tutti coloro che non possono o non vogliono girare al ritmo imposto. Si equipaggia tecnicamente una logica “premiale” che da tempo ha fatto breccia e che si sta estendendo a macchia d’olio a tutti i settori della società.

Riconoscere – e attaccare – come ingranaggi della stessa macchina i diversi sistemi che lavorano in questa direzione – da quelli che analizzano i nostri comportamenti per dare al mercato la possibilità di anticiparli con l’offerta giusta al momento giusto, alla strisciante imposizione dei pagamenti elettronici e tracciabili, alla cosiddetta identità digitale –, è vitale se non vogliamo ipotecare la possibilità di lottare anche in futuro, anche contro grandi opere e nocività.

A giochi fatti

Lo scorso marzo il Trentino è stato selezionato dalla Commissione Europea per partecipare agli “European Innovation Days” nella Silicon Valley, in quanto territorio virtuoso nel campo della ricerca tecno-industriale. Pur non essendo l’unica realtà che si distingue nello sviluppo di nuove tecnologie, esso svolge spesso un ruolo di apripista e di collegamento tra ricerca e imprese. Come la valle di silicio californiana rappresenta l’emblema di un mondo in progettazione dove l’essere umano, ormai privato di ogni facoltà che lo rende tale, può essere sostituito con macchine sempre più performanti che lo rendono obsoleto, anche il Trentino emerge come territorio che sviluppa le cosiddette tecnologie convergenti. I cospicui investimenti pubblici e la collaborazione tra il Cibio (Dipartimento di Biologia Cellulare, Computazionale e Integrata) e il CiMec (Centro Interdipartimentale Mente e Cervello) dell’Università di Trento, la Fondazione Bruno Kessler e la Fondazione Edmund Mach permettono di combinare le nanotecnologie, le biotecnologie e la biologia sintetica, le scienze cognitive e le neuroscienze, i sistemi informatici e l’intelligenza artificiale. Un intreccio che costruisce segmento dopo segmento il dominio tecnologico del futuro; una cassetta degli attrezzi che ora è pronta ad essere usata.

La riesumazione dei mammuth a partire da elefanti geneticamente modificati per conservare l’habitat della tundra siberiana, la produzione di animali creati esclusivamente come riserva di organi per l’essere umano, la selezione di micropet (animali da compagnia in miniatura) geneticamente modificati, l’applicazione della tecnica del gene drive che interviene a livello ereditario aumentando la possibilità di trasmettere alcuni determinati caratteri genetici alle generazioni successive: queste sono solo alcune delle applicazioni della nuova tecnica del CRISPR-Cas9 (il metodo di “forbici molecolari” che taglia e cuce il DNA).

Gli esempi riportati sono quelli descritti da una compiaciuta Anna Cereseto, group leader di Cibio, che nei suoi convegni elogia le meraviglie di CRISPR-Cas9. Questi scienziati evocano quanto disse il fisico nucleare Enrico Fermi nel 1945, all’indomani del Trinity Test, il primo test atomico effettuato nel deserto del Nuovo Messico: «Lasciatemi in pace con i vostri problemi di coscienza, è una fisica così bella!». La scoperta del CRISPR-Cas9 è una vera e propria “rivoluzione” e nessuno scienziato vuole sottrarsi al suo utilizzo. Come l’avvento dell’èra atomica ha cambiato in modo irreversibile il percorso della società umana dando ai suoi dirigenti la possibilità materiale di cancellare la vita sulla Terra, ora le biotecnologie permettono di modificare tutte le basi genetiche del vivente.

La ricerca al Cibio di Trento si occupa anche di studi in campo medico (come ad esempio le terapie geniche), ma è proprio da questi settori che la tecnoscienza si allarga alle applicazioni per il “miglioramento” dell’essere umano verso un post-umano perfetto e invulnerabile. E se alcuni di questi scienziati affermano che la “discussione sui risvolti etici” non debba riguardare solo gli addetti ai lavori, è indicativo che l’appello alla società avvenga a giochi già fatti. Nel frattempo, infatti, nelle stanze del Cibio si avanza nella sintesi di nuove forme di vita completamente artificiali e si studia il cibo del futuro creato in laboratorio.

Per i ricercatori, le piante sono un’altra frontiera da conquistare. A livello locale la FMACH svolge un ruolo di punta nel campo dell’agricoltura e soprattutto della genetica agraria. Dopo anni di ricerche di base sul sequenziamento genico delle principali piante da frutto e non solo (vite, melo, fragola e anche il moscerino della frutta), si è giunti alla più gradita delle attività dei genetisti, ovvero la possibilità di applicare anche alle piante una sorta di terapia genica. CRISPR-Cas9 è lo strumento indispensabile per realizzare meli resistenti alla ticchiolatura e viti resistenti alla peronospera attraverso la modifica del loro DNA. Si tratta di rispondere a problematiche proprie delle monocolture con la diffusione di monocolture geneticamente modificate. Inoltre la coltivazione in campo aperto, anche solo a livello sperimentale, dei nuovi OGM (chiamati eufemisticamente Tecniche di Evoluzione Assistita) rappresenta un ulteriore passo avanti verso la privatizzazione dei viventi. Non solo. In futuro coltivare o meno piante geneticamente modificate non sarà una libera scelta, ma la decisione obbligata per poter rimanere nel mercato; e sempre più inevitabile sarà la dipendenza degli agricoltori dagli enti di ricerca come la Fondazione Mach.

L’applicazione di robotica e sensoristica all’interno della campagna è un ulteriore passo verso l’agricoltura 4.0, l’agricoltura senza contadini. In questo ambito, la Fondazione Bruno Kessler sviluppa in Trentino numerosi progetti. Si tratta di un centro di ricerca della Provincia di Trento che si distingue in innumerevoli campi, dalle nanotecnologie all’intelligenza artificiale, e svolge anche un importante ruolo nella trasformazione radicale della città di Trento verso un modello di smart city. Con i progetti europei MARVEL, PROTECTOR e PRECRISIS, per cui FBK offre le proprie competenze e i propri laboratori, Trento diventa una città pilota, «un grande laboratorio a cielo aperto per testare nuove strategie che consentano di prevedere le situazioni di pericolo e di intervenire in modo efficace e tempestivo», ovvero un sistema di videocamere “intelligenti” in grado di raccogliere anche materiale audio e informazioni dai social. Quella a cui si sta lavorando è una società dove la tecnologia diventerà il nuovo sistema totalitario: dagli studi sul cervello del CiMec che serviranno anche per predire i nostri comportamenti e i nostri pensieri, alla raccolta di numerosissimi dati da gettare in pasto all’intelligenza artificiale che li elaborerà in forma automatizzata, utili a loro volta nella biologia di sintesi e nella modificazione genetica degli esseri viventi. Un intreccio di tecnologie e di interessi che va conosciuto, compreso e contrastato.

Bloccare il TAV, sbloccare la storia

Una martellante propaganda ci richiama alla responsabilità collettiva di fronte ai «cambiamenti climatici di origine antropica». Secondo i discorsi dei tecnocrati camuffati da ecologisti, da una parte ci sarebbe il Clima e dall’altra l’Uomo. In realtà, l’essere umano è un «animale politico» da almeno 40 mila anni. Come mai solo negli ultimi due secoli ha cominciato a compromettere l’ecosistema che gli è necessario per sopravvivere? Per rispondere bisogna lasciar perdere l’Uomo, e parlare di società industriale. Quella formata dall’intreccio di profitto e di potenza tecnica è la struttura sociale più saccheggiatrice che la lunghissima esperienza storica degli umani abbia prodotto. Ed ogni rimedio che allarghi la presa della tecno-industria sul mondo, accelera la nostra espulsione da quest’ultimo. Ogni accelerazione degli scambi, dei trasporti, delle comunicazioni, dei mezzi produttivi aumenta il bisogno di energia per alimentare questa megamacchina. Più aumenta la distanza tra i luoghi di produzione e i luoghi di consumo, più le comunità locali dipendono dalle catene della logistica per soddisfare i propri bisogni. Più i satelliti salgono di quota per connettere la rete globale di oggetti elettronici, più a fondo si devono estrarre metalli dalle viscere della Terra. L’isolamento sociale degli individui si aggrava nella misura esatta in cui l’ambiente viene ridotto a un grande magazzino, a materiale inerte da scomporre e ricomporre in laboratorio.

Dal momento che il TAV rappresenta una sorta di equivalente generale delle logiche del capitalismo e della tecno-industria – devastare i territori per attraversarli ed estrarne valore più velocemente –, ci pare necessario e possibile fare della lotta contro il TAV l’equivalente generale delle lotte contro il dispotismo della velocità – vero e proprio motore della società in cui viviamo.

Se i mezzi del TAV – impatto sulle falde acquifere, sperpero gigantesco di acqua per alimentare le frese, inquinanti industriali rimestati dagli scavi, emissioni clima-alteranti per produrre cemento, binari, linee elettriche, ulteriore erosione idrogeologica dei territori, fragilizzazione ecologica e perdita di autosufficienza alimentare ecc. – sono già sufficienti per impedirne la costruzione, dobbiamo rifiutare anche i suoi fini: un’umanità che si sposta sempre più velocemente per trovare ovunque gli stessi smartphone, lo stesso hamburger, la stessa Coca Cola, gli stessi centri commerciali, lo stesso deserto iperconnesso. Un mondo simile non lo vorremmo nemmeno se fosse a «impatto zero», figuriamoci se per alimentarlo dobbiamo consumare ogni altro mondo possibile. Perché è esattamente questo il punto. L’umanità ha sperimentato nella sua lunga storia innumerevoli forme sociali e politiche (nomadi e sedentarie, con o senza agricoltura, con o senza città, con o senza classi, con o senza gerarchie…). In uno sputo di tempo – due secoli appena – si è imprigionata in un sistema tecnologico che ora sta mettendo in pericolo la sopravvivenza sua e di tante altre forme di vita sul Pianeta. Bloccare il TAV – e intanto discutere anche di agricoltura 4.0, di OGM, di digitalizzazione, di telecamere a riconoscimento facciale, di smart cities… – può essere un modo per rompere con l’incarcerazione tecnologica del mondo e cominciare a organizzarci diversamente. Insomma, un modo per sbloccare la storia. Una storia che comincia con la consapevolezza che senza «un’obbedienza pronta, automatica e schematica» da parte nostra, la classe dominante può imporci ben poco. Una storia che si apre già nella misura in cui discutiamo, prendiamo le decisioni, agiamo e lottiamo in modo autonomo e orizzontale. Una storia che, provando a cambiare l’ordine sociale, cambia prima di tutto l’esperienza del tempo.

Risparmiare tempo è una promessa menzognera, perché sono le nostre vite che stiamo perdendo a guadagnarle. «Il tempo è in fondo uno strumento di misura privo di valore, perché tocca esclusivamente le mura esterne della mia vita» (Stig Dagerman).

Rovereto, settembre 2022

Collettivo Terra e Libertà